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Prima letturaGiobbe 13:13-14:6 ©

Giobbe fa appello al giudizio di Dio

In risposta ai suoi amici, Giobbe disse:

Silenzio! Ora parlerò io,

qualunque cosa possa capitarmi.

metto la mia carne tra i denti,

Prendo la mia vita nelle mie mani.

Lascia che mi uccida se vuole; Non ho altre speranze

che giustificare la mia condotta ai suoi occhi.

Questa stessa audacia promette la mia liberazione,

poiché nessun uomo empio oserebbe comparire davanti a lui.

Ascolta bene le mie parole,

e prestate orecchio a ciò che ho da dire.

Vedrai, procederò per debita forma di legge,

persuaso, come lo sono io, di essere senza colpa.

Chi mi viene contro con un’accusa?

Lascialo venire! Sono pronto per essere messo a tacere e morire.

Ma concedimi questi due favori:

se no, non oserò affrontarti.

Togli la tua mano, che è così pesante su di me,

non farmi più tremare dal tuo terrore.

Allora chiamami in giudizio, e io risponderò;

o meglio, parlerò e tu mi risponderai.

Quante colpe e delitti ho commesso?

Quale legge ho trasgredito, o in che cosa ho offeso?

Perché nascondi la tua faccia?

e mi guardi come tuo nemico?

Intimidirai una foglia mossa dal vento,

inseguirai la pula secca;

elenchi accuse amare contro di me,

tassandomi con le colpe della mia giovinezza,

dopo aver messo i piedi nei ceppi,

guardando ogni mio passo,

e misurare le mie impronte;

mentre la mia vita si sgretola come legno marcio,

o un indumento tarlato.

Uomo, nato da donna,

ha una vita breve ma è sazio di dolore.

Sboccia e appassisce come un fiore;

fugace come un’ombra, transitoria.

Ed è su questo che ti degni volgere lo sguardo,

lui che porteresti davanti a te per essere giudicato?

Chi può far uscire il puro dall’impuro?

Nessun uomo vivo!

Poiché i giorni dell’uomo sono misurati,

poiché il suo racconto di mesi dipende da te,

poiché gli assegni dei limiti, non può passare,

distogli da lui i tuoi occhi, lascialo solo,

come un servitore assunto, per finire la sua giornata.

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